Diario di un fLesso

7 ottobre 2010 § 1 commento

«È finita l’epoca del posto fisso, oggi l’occupazione si crea anche con i lavori a termine». Era il 12 settembre del 1999 e a Bari, cerimonia d’inaugurazione della Fiera del Levante, il presidente del Consiglio dei Ministri comunicava in diretta tv il trapasso del lavoro garantito. “Flessibilità”, era la parola d’ordine. Avevo diciotto anni, stavo per iniziare l’ultimo anno di liceo, quell’anno avrei preso la maturità. Gli anni Duemila, i miei anni, sono iniziati con l’iscrizione all’agenzia di lavoro interinale, che mi prometteva di trovarmi un lavoro in cambio di una cresta sullo stipendio. Forse queste cose mio padre non le aveva mai viste, ma mio nonno sì, quando se ne andava in piazza alle quattro del mattino per vendere le braccia. E il caporale arrivava e sceglieva. Qualche volta toccava a lui, qualche altra no. Ad ogni buon conto, dopo cinque ore con la zappa la camicia di mio nonno era lercia di terra e sudore, quella del caporale asciutta asciutta, e aveva pure guadagnato di più.

Dopo il diploma decisi di iscrivermi a “La Sapienza”, a Roma. Due giorni dopo che ero lì i miei mi chiamarono e mi dissero che gli dispiaceva: si erano fatti bene i conti e «noi ti possiamo aiutare ma non ti possiamo mantenere, o ti trovi un lavoro o te ne torni a casa». E cercai lavoro.

Lo trovai in un call center allestito all’interno di uno studio di avvocati. Si erano inventati un maxiricorso collettivo a favore dei medici specializzandi contro il ministero della Sanità. C’è chi vende abbonamenti a riviste di cucina, prodotti dimagranti, batterie di pentole. Io vendevo un ricorso. Ero diventato bravissimo. Sapevo tutto. I medici chiamavano il numero verde e chiedevano dell’avvocato Polito. Nemmeno immaginavano che avessero a che fare con un diciottenne fricchettone. Però ero “consulente legale”. Così c’era scritto sul contratto “di consulenza” che avevo firmato. Nemmeno ci pensavo che in quell’anno non avrei guadagnato uno straccio di contributo previdenziale. Non ce ne importava nulla, non vedevamo l’ora che arrivassero le nove della sera per percorrere quelle tre fermate d’autobus che ci dividevano da quel Greenwich Village che pensavamo fosse San Lorenzo. Vivevamo nel mito della beat generation. Giocavamo agli ubriaconi e ai piccoli scrittori.

Poi seppi che il più grande call center d’Italia cercava persone. Capitai in un colloquio collettivo, in cui feci a gara a chi diceva cose più intelligenti insieme ad altri dieci disgraziati come me dai venti ai quarant’anni. Mi presero subito. Contratto Co.Co.Co. Mi emozionai quando vidi quella scritta: ero con tutti e due i piedi nella storia del mio tempo. Due mesi dopo uno dei capi che faceva il ruolo del buono con la faccia contrita ci disse che dal giorno dopo non servivamo più, la commessa era scaduta.

Approfittai dell’università per ottenere un colloquio in una delle più grandi case editrici del settore new media. «Bravo, bravissimo, se quello di cui abbiamo bisogno», mi dissero. Cominciai dal giorno dopo a fare il “web-writer”. Stage di un anno a cinquecento euro al mese per quaranta ore settimanali. La mia singola costava quattrocento. Resistei finché potei. “Generazione ritorno” ci chiamano, già. Ho trovato un altro call center, uno dei due grandi luoghi di parcheggio dei sogni dei trentenni figli di questa terra, entrambi a Lecce. Uno è il call center dell’immaginario collettivo: turn over altissimo, contratti precari, paga da fame, orari impossibili, pressione altissima. L’altro, quello presso cui lavoro cinque ore al giorno, è un’anomalia a livello nazionale: siamo gli stessi da quando ha aperto, pagati secondo il contratto nazionale, quasi tutti abbiamo un contratto a tempo indeterminato e siamo iscritti al sindacato. E ho scoperto che la mia storia è quella di tutti i miei coetanei. Ma qui, di ritorno al Sud, riusciamo a coltivare i nostri sogni. E qualcuno lo realizziamo.

Progetti per il futuro

10 ottobre 2009 § 1 commento

Trasformare la memoria in resistenza.

In balìa dei venti

3 settembre 2009 § 1 commento

Da anni sento raccontare, da amici cari, che a Berchidda succedono cose strane. Sento raccontare di musicisti in lacrime, di suoni persi tra i boschi, di popoli che si incrociano in una notte di estate. Ho chiesto a Paolo e a Time in Jazz che le mie parole vadano in giro per il festival a cercare emozioni, che diventino poi rifrazione di respiri e sospiri, di lacrime e conoscenze. Mi troverete magari in casa di una vecchia signora a cucinar seadas, al tramonto ad offrire un piccolo aperitivo assieme ai ‘Gastronauts’, in mezzo al bosco, in piena notte a sedare i dolori per i mali del mondo, parlando alla luna. In balìa dei venti.

Don Pasta

Ps: Bentornati.

Ridiventa straccio, e il più povero ti sventoli.

6 maggio 2009 § Lascia un commento

Per chi conosce solo il tuo colore,
bandiera rossa,
tu devi realmente esistere, perché lui
esista:
chi era coperto di croste è coperto di
piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese, il calabrese
africano,
l’analfabeta una bufala o un cane.
Chi conosceva appena il tuo colore,
bandiera rossa,
sta per non conoscerti più, neanche coi
sensi:
tu che già vanti tante glorie borghesi e
operaie,
ridiventa straccio, e il più povero ti
sventoli.

Pier Paolo Pasolini, “Alla Bandiera Rossa”

Omaggio ad un capopopolo

10 dicembre 2008 § 1 commento

Questo è il titolo scelto per il libro che Antonio Calcagni ha scritto e dedicato al guagnanese Cosimo Ingrosso, conosciuto da tutti come “lu Cosiminu Cumpagnu” per la sua lunga militanza politica all’interno del Partito Comunista Italiano. L’opera sarà presentata presso i locali della Scuola Media “A. Schweitzer” di Guagnano (Le) sabato 13 dicembre prossimo alle ore 17.30, in occasione dell’ottantaduesimo genetliaco di questo “capopopolo” che l’autore definisce ardente guida politico-sindacale e maestro di vita.

All’evento, patrocinato dalla Regione Puglia, dalla provincia di Lecce e dalla Confederazione Italiana Agricoltori, prenderanno parte diverse autorità e rappresentanti politici.
Oltre all’autore del libro e al Sindaco di Guagnano, al quale spetterà fare gli onori di casa agli ospiti, interverranno il Prof. Antonio Scandone, il Preside dell’Istituto Comprensivo di Guagnano Dott.ssa Antonietta Rucco, il Vice Presidente del Consiglio della Regione Puglia Dott. Sandro Frisullo, il Presidente della Provincia di Lecce Avv. Giovanni Pellegrino, il Presidente Regionale Pensionati CIA di Bari Dott. Mauro Zacheo, il Presidente Regionale CIA Dott. Antonio Barile, il Presidente Provinciale CIA di Lecce Dott. Vito Murrone, il Presidente Azienda Speciale C.d.C. Lecce Dott. Luigi Sansò. Toccherà al Presidente Nazionale CIA Dott. Giuseppe Politi concludere la serie di interventi che ripercorreranno le vicende storiche politiche e personali di questo personaggio.
Durante la serata, coordinata dalla Dott.ssa Elena Perrone, saranno declamati alcuni “Canti” presenti all’interno del libro.
Diverse le personalità, le associazioni ed i sindacati che hanno aderito all’iniziativa. Inoltre parteciperanno anche il regista del documentario Arneide, Dott. Luigi Del Prete e il regista del film Italian Sud Est, Dott. Davide Barletti.

Coce, tene la fevre

7 dicembre 2008 § 1 commento

“Io non sono un artista, so’ nu poveru crist. Non sono né un poeta, né un cantante. Sono solo un tramite. Nessuno nella storia del mondo ha mai scoperto niente, ha solo svelato. E in un mondo migliore, in una società più giusta, io ci credo, ci credo perché esiste, ha solo bisogno di essere svelata”.
Tonino Zurlo. L’ho guardato ieri negli occhi per la prima volta. Non è un leader carismatico, è un signore sulla sessantina col volto scavato e gli occhi grandi e meravigliosamente sinceri, di quelli che non ti consentono di mentire, ché vieni sgamato subito.
Da ieri, e fino al 18 dicembre, in un angusto spazio espositivo nel centro storico di Ostuni espone le sue sculture in legno di ulivo. Ma lui non scolpisce davvero, non crea forme. Le svela, appunto. Che sia un “novello Michelangelo”, come sostiene una giovane e appassionata critica d’arte dolcissima e umana nella sua insicurezza, nel dirsi e dire “avrei voluto fare di più”, forse è dir troppo, ma rende benissimo l’idea. Tonino, con le sue sensibilità e umanità straordinarie, non fa altro che accorgersi delle forme contenute nei tronchi, nei rami dell’ulivo e le svela, le asseconda, le libera, dandogli più vita ancora e poi ancora di più. Nascono così “Follia”, “Pulcinella”, “Il bene e il male”, “Peccato originale”, un “Urlo” che la Natura, dice Tonino, aveva già disegnato molto prima di Munch.
“Io non so chi è Dio, ma per me Dio è la Natura”, dice. “Dio è un mazzo di fiori, con mille odori e mille colori”.
“La terra coce, tene la freve”, aveva detto. Gli ho chiesto cosa volesse dire: “Se vedo un albero pieno di mandorle che non vengono raccolte, ma lasciate cadere e marcire perchè gli stessi soldi li abbuschi diversamente e con meno fatica, è lì che la terra soffre. Coce, tene la freve”. Solo questo mi ha detto.

Niente ci vuole

4 dicembre 2008 § Lascia un commento

E quindi mo mi metto a riscrivere qualche cosa, perché certe volte ce n’è bisogno, ma soprattutto perché poi sennò perdo la mano. È passato tanto tempo dalla “Lettera alla mia terra”. Di mezzo c’è stato tutto e il contrario di tutto. La partecipazione (che è liberta? maddechè…) mi ha fagocitato e piano piano s’è presa buona parte delle mie giornate. Ti prende che nemmeno te ne accorgi, e sussulti e t’incazzi e sorridi e saluti e ti lagni e gioisci quando succede quello che volevi (quasi mai). Tenta di mangiarsi amicizie speciali, pasolini, ricerca, il negroni da pernacocchia, carmelo bene e otranto d’inverno, il ritratto di beckett di tullio pericoli che mi guarda appena mi sveglio e mi dice: “stamattina attento a non fare cazzate come al solito tuo”. E corri in macchina verso l’ennesima inutile riunione in cui sai che troverai qualche faccia di cazzo, apposta c’hai il cd di Miles Davis, per tenere la rotta, per ricordarti chi sei, che a dimenticarlo sai quanto ci vuole? Niente ci vuole.
Ma “la politica ti pesa”, mi dice spesso qualcuno con piglio accademico, e questo è il bello e pure il brutto di occuparsene. Solo un dubbio mi passa per la testa sti giorni: ma se uno s’è messo in testa un cappello bicorno, e gira per strada impettito con la mano nel cappotto marciando al passo dell’oca, glielo devo dire?
Aaah…”dov’è che siam rimasti a terra, Nutless”?

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