“Puglia, il pozzo dei veleni”
30 Marzo 2007
«Su l’Espresso, in edicola da oggi, c’è un ampio servizio sull’inquinamento di Taranto e Brindisi.
E’ in copertina – a tutta pagina – una foto di Taranto con due gigantesche nubi di fumo che escono dalle ciminiere dell’Ilva.
“Puglia, il pozzo dei veleni“, è il titolo.
Sottotitolo: “Record di diossina. 36 milioni di tonnellate di gas da tre impianti. Aumento dei tumori. Così tra Brindisi e Taranto centrali e acciaierie inquinano l’Italia”.
Si sottolinea che tra Taranto e Brindisi ci sono gli impianti più inquinanti d’Italia e che il problema non ha più solo ricadute locali: ci si trova di fronte ad un’emergenza nazionale.
Si dà spazio alla questione rigassificatore e all’ipotesi di incidente catastrofico descritto da Piero Angela (http://lists.peacelink.it/news/msg10273.html).
Ci sono punti in cui si fa riferimento al Comitato contro il rigassificatore di Taranto.
Più volte compare anche PeaceLink.
L’assessore regionale all’ambiente Losappio “nulla ne sa” dei sottomarini nucleari a Taranto.
Il presidente della Regione Vendola si dichiara un “SI’ TAV” per l’alta velocità fra Napoli e Bari, quando fra Bari a Taranto resiste da decenni una linea ferroviaria lentissima ad un solo binario che va alla velocità di una bicicletta.
Vendola inoltre si guadagna il titoletto “Ciminiere, sì grazie. Ma con dei paletti”. E dice: “Dentro l’Ilva metto dei ficcanaso come dei tecnici ambientali”.
Mi piacerebbe conoscerli…»
Lo scrive Marescotti, di Peacelink, di cui condivido anche lo scetticismo.
Prescrizione mon amour
29 Marzo 2007
«Producevano tubi e intanto ammazzavano. Gli operai che ci lavoravano. E le loro mogli, i loro figli. E gli abitanti di quella Bari che vivevano fra Japigia e Madonnella e San Pasquale, i tre quartieri che circondano la Fibronit, industria di Casale Monferrato che nel 1935 ha portato pane e tragedia tra gli orti di quest’Italia che chiedeva lavoro. Producevano tubi e poi seppellivano gli scarti e i fanghi sotto i capannoni. A un metro. A due metri. Fino a sette metri. Quando giù non c’era più spazio, sono andati a scaricarli in riva al mare. E dove una volta c’era una grande baia oggi c’è un arenile di polvere di amianto. Hanno cominciato a buttare quello schifo nel mare di Torre Quetta verso gli inizi degli Anni Sessanta, alla fine degli Anni Ottanta la nuova spiaggia era emersa dalle acque, candida, sembrava quasi naturale. Sembrava vera. «I camion venivano in fabbrica ogni sabato, caricavano i bidoni e dieci minuti dopo erano già a versarli in mare», ricorda Damiano Scardicchio, operaio alla Fibronit dal 20 maggio del 1947 al 13 maggio 1980. Anche lui è malato. E di quel cancro che prende alle vie respiratorie – il mesotelioma pleurico – sono morti pure il marito di sua sorella e due fratelli di sua moglie.
Un dramma di massa in quella maledetta zona di Bari che separa la Fibronit all´Adriatico. Ogni via ha una croce, ogni palazzo un morto da piangere. In via Matteotti ci abitava l´ingegnere Massimo Micheli e sua moglie Elena gliel’hanno uccisa dodici anni fa. In via dei Bersaglieri ci abita ancora Ernesto Chiarantoni che insegna elettrotecnica al Politecnico. Ha appena 42 anni e gli hanno diagnosticato il mesotelioma pleurico. Anche suo padre è morto di quel male. Come è morto il direttore della Fibronit Gigi Vanni. E sua moglie. E tre dei suoi quattro figli. Il direttore Vanni era sceso a Bari e aveva sistemato la sua famiglia in un appartamento dentro la Fibronit. Vent’anni dopo lo sterminio.
La prima vittima «ufficiale» della fabbrica dei morti si chiamava Pasquale. «Era il 1971», racconta Damiano l’operaio. E quella primavera Pasquale Cassano se ne andò. Aveva lavorato per tanto tempo alla Fibronit e voleva cambiare. Prima e ultima tappa Napoli. Gli dissero che non ne aveva per molto, tornò a Bari, dopo qualche mese morì. «Gli effetti dell’avvelenamento da polvere di amianto secondo gli esperti si faranno sentire fino al 2030, gli studi indicano che la malattia ha una latenza dai 15 ai 30 anni e anche più», spiega Nicola Brescia, presidente del comitato cittadino in guerra contro quella fabbrica che fino al 1989 produceva lastre ondulate di eternit e tubi in cemento amianto per gli acquedotti. Il presidente assicura che i morti per quel cancro sono destinati ad aumentare, garantisce che Bari supererà se stessa e il pauroso record che ha già conquistato: un numero di casi di mesotelioma pleurico superiore cento volte alla media nazionale. E dice che la Fibronit ucciderà ancora per un altro quarto di secolo.» (Preso qui.)
La Finbronit di Bari è un altro di quei mostri nati per portare “sviluppo” nel Mezzogiorno.
Alla fine degli anni Ottanta questa fabbrica di morte fu sequestrata e confiscata. Il 21 ottobre 2005, Stefano Artese, ex respondabile Fibronit e unico imputato, era stato condannato ad un anno di arresto e a 12.000 euro di ammenda, oltre al risarcimento dei danni a diverse parti civili.
L’amministrazione del vecchio sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia nel 1999 aveva annunciato di voler “riqualificare” l’area. All’ufficio tecnico comunale si erano però “dimenticati” di segnalare alla Regione e alla Commissione Europea che quello era un “sito pericoloso”. Pare che un paio di banche in quel periodo avessero messo gli occhi sui dieci ettari, avanzavano soldi dalla Fibronit. Volevano riprendersi il maltolto, e con gli interessi. Sognavano una lottizzazione.
La giunta Emiliano invece aveva manifestato l’intenzione di costruirci un parco. E intitolarlo a ognuno di quei duecentouno morti.
Oggi i giudici della Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna nei confronti di Stefano Artese, ritenendo i reati contestati (discarica abusiva e getto di cose pericolose) estinti per prescrizione.
Annullando la confisca e il conseguente trasferimento della proprietà dei beni al Comune di Bari, la Cassazione ha disposto la restituzione dei suoli “agli aventi diritto”, cioè alla curatela fallimentare della Fibronit.
Fortunatamente, per quello che può valere, la Cassazione ha confermato la validità del risarcimento dei danni.
Cosa sorgerà al posto della fabbrica della morte, il parco o «un sottopasso e dei palazzoni per 250 mila metri cubi di volume, un piccolo quartiere», come sognano i lottizzatori?
Compromessi storici 2.0
28 Marzo 2007
Assassino, buffone, guerrafondaio. La contestazione a Bertinotti avvenuta ieri l’altro sulle scale della Sapienza ha portato agli onori delle prime pagine dei giornali questi baldi ragazzotti, autodefinitisi “autonomi” (la nostalgia e lo scimmiottamento blasfemo non sono mai troppi), che ieri svolazzavano compiaciuti nell’atrio di Lettere e Filosofia. Davanti all’Aula 2 “okkupata”, sede dei Collettivi, tra le locandine delle varie serate “antagoniste” e annunci delle riunioni del collettivo “GLBTQ” (che c’entrano gli orientamenti sessuali con il diritto allo studio?), troneggiava il cartello: «Oggi rassegna stampa di tutti i giornali nazionali sulla contestazione – NO WAR!». Che emozione. Il diritto di ognuno a quindici minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol.
E’ evidente a tutti che le posizioni su cui oggi si attesta Rifondazione non coincidono affatto con quelle che esprimeva dai banchi dell’opposizione, e lo scontento tra i suoi elettori è chiaro, diffuso e tangibile.
Il PRC è stretto tra l’incudine del suo pezzo più radicale, pronto a far mancare la maggioranza al Governo sulle questioni senza se e senza ma, perché la coerenza verso se stessi e soprattutto verso il proprio elettorato non è discrezionale, e il martello di una nemesi che si attuerebbe nel momento in cui il partito scegliesse di uscire dal Governo e dalla maggioranza. Una scelta che diventerebbe una colpa storica imperdonabile, un marchio a fuoco di “folkorismo”, come Prodi apostrofò i partiti dell’ala radicale.
Rifondazione sta diventando adulta e, sebbene quegli sfigati a mio avviso non siano degni di nota (i capetti del movimento negli anni 2001/2002 oggi sono massimi dirigenti dei Giovani Comunisti), questo corto circuito segna la prima scottatura di questo giovane partito davanti alla vita politica. Quei ragazzi sono figli di quella Rifondazione che per anni ha fatto il filo ai movimenti (candidandone il leader) e la contestazione è colpa sua: il partito ha insegnato a contestare, ma mai a proporre alternative realizzabili.
Se dalla creazione di quella amorfa e orribile creatura che è il Partito Democratico nascerà, come si sente dire in giro, una nuova forza laica, progressista e socialista, una Sinistra vera, come in Italia non ce n’è da trent’anni (anche se… chi la fa: Mussi? mah…), avremo contribuito alla stabilizzazione del sistema dei partiti, quei gruppi di persone che dovrebbero agire negli interessi di altre persone. E, nel nostro caso, negli interessi dei lavoratori.
L’alternativa a questo è continuare a fare i fighi, chi dai banchi dell’opposizione, chi dai banchetti pompanti vetusti slogan rigurgitati in dancehall style sulle scale delle università, a pontificare su tutti e tutto.
Continuando ad essere sfruttati e vessati come neanche cent’anni fa, prima dell’inizio delle grandi ideologie umaniste e socialiste.
“Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”
27 Marzo 2007
Ieri sera al teatro Ambra Jovinelli di Roma Marco Travaglio, con Curzio Maltese, Gherardo Colombo e Michele Santoro, ha presentato il suo ultimo libro, “La scomparsa dei fatti“. Sala gremita e pubblico, vivaddio, giovane e informato.
Si è parlato dell’anomalia rappresentata dalla situazione dell’informazione italiana, e del perché siamo arrivati a questo punto. Cadute le diversità di appartenenza (“destra e sinistra”) o quelle professionali (“colti e analfabeti”) ecco l’unica vera discriminante: “schiene dritte e schiene curve, o quantomeno flessibili”.
Il “C’è chi nasconde i fatti perché…”, premessa del libro, è il ritratto freddo e impietoso dello stato dei media italiani.
Colombo giustamente fa notare come una corretta informazione, in un sistema “democratico” come il nostro, sia indispensabile per poter scegliere. «Spesso – dice sibillino con l’estremo garbo della borghesia milanese d’altri tempi – crediamo di scegliere, ma in realtà non lo facciamo». Sprona alla capacità critica, al rigetto della ricezione passiva delle notizie fornite dal circuito mainstream, al risveglio delle menti assopite, lobotomizzate. E usa Matrix, come similitudine.
Travaglio, ironico come sempre («Bruno Vespa è un grosso professionista, ma della professione più antica del mondo, forse»), espone chiaramente il funzionamento dell’informazione embedded: il modo migliore per cancellare i fatti, è quello di ignorarli. Così che tutto diventa relativo, tutto diventa opinione: «anche il tasso di disoccupazione: l’informazione di destra diffonde una cifra, quella di sinistra un’altra. Sembra che il cittadino debba scegliere quale tasso preferisca stando in questi due estremi».
Sul revisionismo in favore di Tangentopoli e della riabilitazione dei suoi protagonisti, per esempio Cesa, attuale segretario dell’UDC, che dopo un periodo di latitanza decide di costituirsi e inizia il suo verbale di deposizione con «ho deciso di svuotare il sacco»: «confessarono tutto, ma erano innocenti e ancora non lo sapevano». O di seguitissimi salotti politici in cui una “figlia d’arte”, riferendosi al padre latitante condannato a dieci anni, usa epiteti come “esule politico”.
«Che cosa sono i tangentisti processati e condannati, se non si tiene conto delle tangenti che intascavano? Le vittime di un gigantesco errore giudiziario, perseguitate per chissà quali finalità politiche da una magistratura golpista.» Pag. 79
E tutto questo ci sembra normale, ci siamo assuefatti, stanno riuscendo a convincerci che l’informazione si faccia in questo modo.
Per questo Travaglio si appella ai fruitori dell’informazione: «Aiutateci a fare il nostro mestiere».
Magistrale anche l’intervento di Santoro: serio, ammiccante, coraggioso, onesto, comiziante, fuoriclasse: «Se Berlusconi è Hitler, Lele Mora è il Goebbels della politica». Solo lui poteva inventarsela.
Cerano? Non inquina per niente
24 Marzo 2007
“Non c’è nessun nesso scientifico di causalità tra la presenza della Centrale ‘Federico II’ a Cerano e l’inquinamento atmosferico rilevato a Torchiarolo se non, eventualmente, in misura minima”. Lo scrive l’Enel in un comunicato diffuso per smentire i rilievi effettuati dall’Arpa Puglia sulla qualità dell’aria, che hanno rilevato una presenza di Pm10 riconducibile a processi di combustione di legno, rifiuti, e carbone.
L’Arpa invece ha sempre sostenuto e continua a sostenere che “i risultati delle rilevazioni dimostrano una crescita significativa del Pm 10 e di monossido di carbonio nelle aree a sud di Brindisi (compreso la provincia di Lecce) rispetto a quanto avviene nella città capoluogo e un’altrettanto significativa correlazione fra tale crescita e quella dello ione potassio. E’ evidente che questa preoccupante situazione potrebbe parzialmente essere conseguenza dell’attività delle centrali di Cerano. Inoltre nel caso di Torchiarolo viene dimostrata una sostanziale omogeneità fra le rilevazioni del laboratorio mobile e quelle della centralina fissa che porta a concludere come i valori di Pm 10 siano superiori a quelli di tutti gli altri della provincia di Brindisi a causa di sorgenti locali oggetto di analisi in corso e compatibili con la combustione di legna o simili”.
Enel si pemette anche di indicare quali siano i fattori di inquinamento atmosferico, di cui essa, chiaramente, non è responsabile: “dai dati raccolti emergono alcuni macrosettori responsabili dell’inquinamento nel Comune di Torchiarolo. Dalle misure effettuate il macrosettore Combustione legno, Combustione vegetazione, Riscaldamento contribuiscono per il 30%, Trasporti contribuisce per il 25%, Agroalimentare per il 9%, Crostale/Terrigeno/Aerosol per il 9%, Particolato secondario per l’8%, Edilizio per il 5%, Chimico per il 4%, mentre il contributo medio del macrosettore Energia è di circa il 10%. Incidono mediamente per circa il 55% della polverosità ambientale”.
La mente corre. Maledico Antonio Segni, che nel 1959 posava la prima pietra del Petrolchimico, magnificando i cerchi concentrici del benessere che ne sarebbero derivati. E penso a Petriccione, secondo il quale questi insediamenti “si sono rivelati completamente antagonosti a qualsiasi tentativo di emancipazione e di sviluppo del Mezzogiorno”.
Mostri nati e tenuti in vita drenando denaro pubblico in gran quantità ed aumentando il potere clientelare attraverso cui si è costruito il consenso verso l’azienda. E verso i notabili politici. Tutti, nessuno escluso.
Nello Studio Ambiente e Salute in Italia, l’OMS segnala che Brindisi, in controtendenza con la maggioranza dei comuni del Sud, presenta un tasso di mortalità generale maggiore della media nazionale. La mortalità per tumore nell’area risulta del 48% superiore alla media regionale, mentre a Brindisi addirittura superiore del 55% nei maschi. Anche nelle donne la mortalità per tumore risulta aumentata sia nell’area che, in particolare, nel comune di Brindisi (rispettivamente del 35% e del 39%).
Nel rapporto dell’ OER Puglia, regnante ancora l’assessore Saccomanno, si legge: “Per l’intera area di Brindisi, appare evidente un eccesso di mortalità per tutte le cause, per tutti i tumori, per i tumori maligni di trachea, bronchi e polmoni e per i tumori maligni della vescica. Relativamente al sesso maschile i quattro comuni dell’area sono compresi negli aggregati con centro Brindisi per tutte le cause, per tutti i tumori e per tutti i tumori maligni della trachea, dei bronchi e dei polmoni. Il primo aggregato comprende l’intera provincia di Brindisi e parte di quella di Lecce avendo un raggio di 30,20 km; il secondo ha un raggio di 25,45 km e comprende dieci comuni della provincia; l’aggregato relativo al carcinoma polmonare è il più vasto, ha un raggio pari a 32,85 km e comprende 22 comuni oltre Brindisi. Sempre per il sesso maschile San Pietro Vernotico e Torchiarolo Sono compresi anche nell’aggregato di Guagnano per le malattie dell’apparato respiratorio e nell’aggregato di Trepuzzi per mortalità per carcinome laringeo.
Per il sesso femminile i quattro comuni dell’area sono inclusi nell’aggregato con centro Brindisi, per mortalità per tutti i tumori. Brindisi, San Pietro Vernotico e Torchiarolo sono compresi anche nell’aggregato con centro Manduria per tutte le cause. Il comune di Brindisi è centro inoltre di aggregati per i tumori maligni del polmone e per quelli della vescica”.
Lavorare e morire. Rendendo grazie sempiterne perché portano lavoro.