Dodici morti in Campania, dieci in Sardegna e sei in Puglia. Così il Sud paga il maggior numero di soldati vittime di una possibile contaminazione da uranio impoverito, arrivati a cinquanta. A diffondere questi dati è l’associazione delle vittime Ana-Vafaf, in collaborazione con vittimeuranio.com.

I sei pugliesi sono:

  • Andrea Antonaci, di Martano, morto a 24 anni nel 2000 dopo aver prestato servizio nei Balcani ed aver contratto un linfoma per la contaminazione da uranio impoverito.
  • Alberto Di Raimondo, tornato a Salice da una missione nei Balcani con un linfoma di Hodgkin per souvenir e morto a 26 anni nel 2005 nell’ospedale di Pavia.
  • Giorgio Parlangeli, di Carmiano, 29 anni, morto due mesi fa, stroncato da un melanoma. Due anni prima era tornato da una missione in Jugoslavia.
  • Roberto C., di Taranto, morto di tumore nei mesi scorsi, al rientro da una missione in Kosovo dopo aver lavorato anche nella base di Gioia del Colle.
  • Crescenzo D’Alicandro, di Brindisi.
  • Corrado Di Giacobbe, di Foggia, alpino, morto a 24 anni il 6 novembre 2001, sempre per un linfoma di Hodgkin contratto nei Balcani.

Il mese scorso si poteva leggere su l’Espresso: «Secondo le tabelle della Difesa, a marzo del 2007 il 70,3 per cento degli effettivi dell’Esercito proviene dalle regioni meridionali, percentuale che in Marina sale al 77,8. Anche i top gun dell’Aviazione vengono da Napoli, Palermo e Bari.

L’immissione dei volontari a ferma breve (52 mila persone in due anni) ha trasformato la truppa da crocevia di dialetti in un monopolio sudista. In Marina i padroni sono i pugliesi, che coprono il 40 per cento del corpo. Nell’Esercito un soldato su quattro è campano, regione che detiene il record (27,2) anche tra gli avieri. E pure tra gli alpini, corpo nato per difendere le Alpi, gli Esposito sono molti più dei Brambilla.»

Come diceva Finardi in una canzone degli anni Settanta: «Questa terra che non ti offre niente: poliziotto, ladro o emigrante». E certe volte pure morto.

Antipolitica è la parolina magica che serpeggia da qualche tempo tra chi si occupa della cosa pubblica, sia per senso civico e sia, soprattutto, per mestiere. L’ormai celeberrima disamina di sprechi e privilegi dell’organizzazione dello Stato italiano che è “La Casta” (Gian Antonio Stella, Sergio Rizzo, “La Casta”, ed. Rizzoli, pp. 284, € 18,00) ha urlato a squarciagola con perfetto tempismo quello che molti mugugnavano a denti stretti.

Chi va a farsi un giro nel centro di Roma, nella city politica dove solo alle auto blu con e senza sirena è concesso di entrare, la Casta è qualcosa di evidente, di palpabile, da cui non ci si può sottrarre. A piazza Sant’Eustachio, zeppa di ruffiani e ruffiane e portaborse e bodyguard rasati e con i Ray-Ban. Dove il barista si accorge subito che non sei uno di loro, e non ti sorride. Ti dà del Lei, sì, ma svogliatamente, giusto perché c’è abituato. Ma fosse per lui di direbbe: A regazzi’, ma che sei venuto a ffa’? Ma vattene và!. Dove il vigile ti fa andare via dal parcheggio che eri fortunosamente riuscito a conquistarti perché «Sta a arrivà ‘na personalità».

Solo qui si ha l’occasione di vedere splendidi cinquantenni che si danno le pacche sulla spalla tipo «Bella che hai fatto ieri?», oppure molto più cameratescamente si stringono il pacco l’un l’altro e ridono di gusto. Cinquantenni con gli occhi così sereni e beati io li ho visti solo lì. Ma magari esistono anche qui, a Brindisi, dove in media il reddito procapite si aggira intorno agli undicimila euro e la gente, anche volendo, è meglio che non ci vada proprio a Roma, che quei soldi servono a fare la spesa o a pagare le bollette arretrate o a comprare i libri ai bambini. Io non li ho mai visti. Siamo un territorio depresso, dice il mio amico Mario.

In questo clima di sfiducia e di totale disinteresse per le istituzioni, Elio Veltri, con Pancho Pardi ed Oliviero Beha, prepara la sua Lista Civica nazionale, «nè di destra nè di sinistra». Vuole candidarsi alle prossime Europee, perché sostiene che è inutile cercare di cambiare i partiti da dentro. Tutta fatica sprecata. Non credo che riscuoterà un grande successo, ma glielo auguro, e forse lo auguro anche a me stesso. E questo è un esempio di chi si candida in buona fede.

Guardando nel mio orticello, invece, sono ansioso di vedere quanti candidati al consiglio comunale vedrà tra un anno il mio paese di cinquemila abitanti a sud del Sud del Brindisino, dove due terzi dei ragazzi è fuori, chi per studiare, sì, ma molti sono proprio emigrati. Come i loro padri o i loro nonni.

Lasciamo perdere l’avvilente spettacolo di un candidato ogni trenta abitanti alle ultime amministrative di Reggio Calabria. A Torchiarolo, comune con una storia e un destino simile a quello di Sandonaci, della stessa dimensione, per la poltrona di sindaco si sono presentati in cinque. Ogni lista è composta, se non mi sbaglio, da diciassette persone. Cinque per diciassette fa ottantacinque. Ottantacinque candidati per diciassette poltrone. Se va bene si riesce a fare l’assessore, e poco meno di mille euro al mese per cinque anni per un disoccupato o un lavoratore edile in nero non sono affatto poche. Può farsi la casa, o comprarsi una bella macchina, o aprirsi un negozio di frutta o di telefonini. Male che vada si fa il consigliere. Vabbè, il gettone di presenza è una miseria, ma che ne sai che da qui non si riesca a conoscere qualcuno che mi elegga come suo “protetto”? Ah, se l’onorevole mi sistemasse… In una municipalizzata mi basterebbe… Ma anche come autista… smetterei di fare questo sporco lavoro in cantiere, ed andrei in giro col vestito della festa, nell’autobblù.

Dall’11 al 16 giugno l’Arpa e il Cnr hanno svolto un monitoraggio della diossina sull’impianto di agglomerazione dell’Ilva di Taranto. Sulla base di dati ufficiali Ines, si stima che quella ciminiera sputi il 90% di tutta la diossina italiana.

Il 16 giugno Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink, autore di queste fotografie insieme a Giulio Farella, pubblicate su Tarantosociale.org, in una lettera al direttore generale dell’Arpa, Giorgio Assennato, scrive:
«In tutti in questi anni abbiamo visto fuoriuscire da quel camino nubi di veleno. Dall’11 giugno quell’incubo si è trasformato in una irreale cartolina da Mulino Bianco. Tutto era diventato più pulito e da quel camino sembrava fuoriuscisse solo qualche sbuffo di borotalco. C’era solo una tenue scia fumo bianco, trasparente, che per lunghi tratti della giornata si interrompeva dando quasi l’impressione che gli impianti lavorassero al minimo o si fossero addirittura fermati».

Il 19 giugno, Assennato, persona perbene ma pur sempre direttore dell’Arpa, risponde che, se nei giorni del campionamento l’Ilva è riuscita ad offrire una immagine da “Mulino Bianco”, «significa che comunque è possibile condurre l’impianto in modo da determinare emissioni almeno esteticamente accettabili». Afferma che si tratta di un risultato «incontestabile e supporta l’atteggiamento di chi, come questa Agenzia, ha sempre ritenuto possibile la convivenza tra la grande industria e le comunità urbane circostanti, attraverso controlli efficienti e periodici degli enti preposti».

Hanno già prodotto i primi tarallini, che presto saranno in vendita sugli scaffali della Coop. E faranno anche il vino. Sono i soci della cooperativa che sociale che, vinto il bando per il progetto “Liberaterra Puglia”, gestiranno cinquanta ettari di terreni agricoli confiscati alla Sacra Corona Unita nelle campagne di Mesagne, Torchiarolo e San Pietro Vernotico. Venti ettari di terreno già coltivati a grano biologico, più altri trenta di vigneto tipico che, dopo anni di abbandono, stanno per tornare produttivi con l’aiuto degli agronomi di Slow Food.

Grazie alla legge di iniziativa popolare 109/96, nata da una grande mobilitazione promossa da Libera, molte terre, soprattutto in Sicilia e Calabria, sono state restituite alla collettività, sono tornate produttive e divenute volano di un circuito economico sano e virtuoso, anche grazie alla partecipazione degli agricoltori biologici del territorio che condividono lo stesso progetto di riscatto.

È anche in questo modo che si combattono le mafie. E dev’essere un modo efficace, perché i padrini considerano quelle terre ancora di loro proprietà, e perché un affronto del genere proprio non lo sopportano. Così ogni tanto ne fanno una delle loro.

Il mese scorso è successo in Sicilia, contrada Pietralunga, Monreale. Sui terreni gestiti dalla Cooperativa “Lavoro e Non solo”, un lavoro certosino: sono andati di notte ed hanno tagliato tutti i germogli della vite, solo i germogli. Roba da professionisti.

Non dev’essere per niente facile coltivare quella vite, a Monreale. Soprattutto se i cinque ettari confiscati si trovano dentro una grande azienda agricola, gestita ancora dal vecchio proprietario, Giovanni Simonetti, condannato per favoreggiamento al clan dei Brusca, il cui capo, Giovanni detto “u scannacristiani”, è condannato per oltre un centinaio di omicidi tra cui quello dell’undicenne Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido, e quello di Giovanni Falcone, della moglie e dei tre agenti di scorta.

E alla fine ha vinto Walter. La lotta serratissima tutta interna a questo gruppo di potere nato e cresciuto sotto lo sguardo malinconico di Berlinguer, e arrivato alla guida del Paese con la pratica dei ruoli intercambiabili, sembra finire con il povero Fassino, che chissà cosa s’era messo in testa, che indica il sindaco di Roma come il candidato di tutti i Ds (o almeno di quel che resta e resterà) alla guida del Pd. E D’Alema si spinge ancora più avanti: «Sarebbe un buon candidato premier». Veltroni, che, come dice il mio amico romano Marcello, «tra un po’ lo vedemo che cammina sulle acque», vede materializzarsi in un orizzonte non molto lontano l’obiettivo che insegue da dieci anni.

Scrive Andrea Romano in Compagni di Scuola:
«[...] Rispetto ai concorrenti Veltroni si avvale di due notevoli vantaggi, di cui sembra godere in virtù della sua formazione e del suo temperamento.
Il primo è la perfetta lucidità con cui persegue sul lungo periodo l’obiettivo della costruzione del proprio personaggio, dosando con accortezza gli elementi che ne costituiscono l’ossatura pubblica e che tendono ad essere sempre gli stessi nel corso degli anni: l’esaltazione del proprio coraggio ideale e degli eroi sui quali proietta la propria immagine, lo sguardo rivolto verso una frontiera sempre nuova, l’annuncio ciclico della prossima fuoriuscita dalla politica.

Il secondo vantaggio è l’assenza totale di inibizioni, di quelle remore che normalmente impediscono di mescolare ciò che non può stare insieme, ma che Veltroni riesce a combinare in uno spettacolare sincretismo di immagini, stili e motivazioni diversi e tutti inoffensivi.

Il suo tratto da politico new age si misura nell’abilità di maneggiare i meccanismi di gratificazione del pubblico così come di perseguire una coerente strategia di successo personale. E la sua traiettoria inizia a prendere forma compiuta nei primi anni Novanta, in parallelo alla scalata del suo gruppo generazionale alla vetta del partito. L’invenzione dell’originale coppia Bob Kennedy – Enrico Berlinguer è lo strumento simbolico che gli permette, tra il 1993 e il 1995, di reinventare il proprio personaggio dopo la tormenta della svolta e della fine del Pci. Ormai lontano dal periodo in cui imputava al mito del kennedismo la colpa di voler creare «una grande, collettiva illusione in un tipo di sviluppo che si ritiene in grado di garantire benessere e promozione delle classi subalterne», come aveva scritto nel 1977, Veltroni consegna al suo nuovo eroe americano lo scudo della «modernità come capacità di stare dentro l’innovazione con idee che corrispondono ai propri principi e, dunque, quello sforzo titanico, quella grande fatica della politica che è adattare le proprie idee fondamentali, i propri valori fondamentali ai mutamenti tecnologici e scientifici in corso».

E lo fa in piena continuità con l’eredità berlingueriana di cui il suo gruppo generazionale detiene ormai il pieno monopolio. Ancora una volta, perché «le caratteristiche che uniscono Kennedy e Berlinguer sono il coraggio, la capacità di anticipazione, cioè il vedere le cose prima degli altri. Nel caso di Berlinguer, dalla questione morale all’austerità, lui ha visto prima degli altri. Lo stesso vale per Kennedy.»

«Io non voglio affidare la mia esistenza solo alla politica. Alcuni, coloro che fanno questo mestiere e non sanno cos’altro fare nella vita, finiscono con il caricare la politica di un eccesso di significati e di attese. Io invece ho bisogno di equilibri. Ho bisogno di sapere che il giorno che dovessi smettere di fare politica posso essere utile al mio paese per altre vie, scrivendo o facendo altro. Chi si dedica solo alla politica, finisce poi per non essere più in grado di lasciare posizioni di potere o di responsabilità. Si finisce con l’attaccarsi al potere, e di questo ho gran paura. Voglio essere sicuro che il giorno in cui le cose dovessero cambiare o dovessi sentire dentro di me che qualcosa si rompe, non rimarrò abbarbicato alla politica; non costituirò un peso per il mio paese, per il mio schieramento o per le idee che rappresento. E troverò altrove le ragioni per sentirmi utile.»

Sono parole del 1994, ma le avremmo lette di nuovo nel 2004 così come potremo forse ascoltarle ancora nel 2014.